Contro la guerra tra padroni, rete di solidarietà proletaria

 

Traduzione dall’originale “Contra la guerra entre patrones, redes de solidaridad proletaria

Ecuador, 9 Gennaio 2024. Continua e si intensifica la guerra inter-borghese o tra padroni, che utilizza le persone lavoratrici in eccedenza e la popolazione civile in generale come carne da cannone. Il fine dello Stato capitalista e del suo governo di turno è terrorizzare, disciplinare e sfruttare la classe operaia con maggiore facilità e “legittimità”. Per le persone sfruttate e oppresse, la via d’uscita da questa situazione può essere solo collettiva… e combattiva: solidarietà di classe e lotta contro la classe [dominante].

Oggi il contesto storico e mondiale è di crisi, decomposizione e guerra; di catastrofe e controrivoluzione. Il narcoterrorismo nei Paesi capitalisti sottosviluppati come l’Ecuador ne rappresenta il volto più visibile e mostruoso. Ma non è un’”anomalia”: il capitalismo e lo Stato sono questo. Il capitalismo è un modo di produzione e riproduzione sociale basato sulla violenza: la depredazione sistematica della natura e dell’umanità proletarizzata per produrre merci e ottenere profitti. Lo sfruttamento salariale è violenza. L’accumulo di ricchezza in un polo sociale (ad esempio Samborondón) e di miseria in un altro polo sociale (ad esempio El Guasmo) è violenza. La repressione delle proteste contro questa disuguaglianza strutturale è violenza. Lo Stato ha il monopolio “legittimo” di tutta questa violenza. Lo Stato non è “neutrale”: è il guardiano del Capitale.

Il capitalismo si basa anche sulla concorrenza. Con le loro aziende e i loro Stati, i capitalisti di tutto il mondo sono in costante competizione tra loro: l’obiettivo è ottenere più capitale, territorio e potere, proprio come le mafie. E, in alcune situazioni, questa competizione assume una forma armata chiamata guerra. Questa è la guerra intercapitalista, la guerra interborghese o la guerra tra padroni, dove lo Stato è il padrone dei padroni e la mafia delle mafie.

Mentre le mafie della droga sono, invece, delle imprese transnazionali (cartelli messicani, colombiani, albanesi, ecc.) con ramificazioni locali (società di riciclaggio, bande criminali, ecc.). Questa è la lumpen-borghesia. La loro forza lavoro (trafficanti) e, allo stesso tempo, la loro forza d’urto (sicari) è il lumpen-proletariato o il proletariato in eccesso – senza lavoro, senza casa, senza istruzione, senza futuro – che reclutano con la forza tra i bambini e gli adolescenti delle periferie.

Perché queste mafie hanno più potere [in questa fase storica] rispetto a prima? Perché, come detto all’inizio, sono un sintomo della crisi e della decomposizione del capitalismo. Tenendo presente che le crisi sono momenti di verità: il capitalismo è mafioso per natura e fin dalle sue origini; solo che oggi è più brutale e scandaloso di prima. E non dimentichiamo che lo Stato è la più grande mafia dei colletti bianchi. Pertanto, gli eventi violenti del 9 Gennaio in Ecuador sono un ulteriore episodio, anche se più forte, della guerra tra la mafia della borghesia agro-esportatrice ─ rappresentata da Noboa e dal suo governo e tornata, quindi, al potere statale -, e la mafia della lumpen-borghesia ─ rappresentata da “Fito” e dalla sua banda che ha acquisito sempre più potere nella società. È questo il vero significato del “conflitto armato interno” di cui parla il governo e la stampa borghese. Si parla anche di “attori non statali belligeranti”, “criminalità organizzata transnazionale” e “terroristi”. Ma questo raffinato e ipocrita discorso liberale non regge all’analisi critica di classe.

Da un lato, le narco-polizie, i narco-militari, i narco-giudici, i narco-politici e i narco-affaristi dei casi “Metastasi” e “El gran Padrino”: tutta questa “élite” borghese e mafiosa è l’attuale Stato capitalista duro e crudo, senza maschere e senza trucco. D’altra parte, le bande della droga sono davvero “l’ipertrofia del potere statale” – come dicono giustamente alcunu compagnu anarchicu – perché esercitano funzioni statali nelle periferie e nelle carceri: amministrazione aziendale, controllo del territorio, repressione e welfare allo stesso tempo. Pertanto, questo piagnisteo socialdemocratico sull’ “abbandono dello Stato” o sullo “Stato assente” è falso. Al contrario, lo Stato è proprio questo: una grande banda di uomini armati che amministra l’accumulazione di capitale e potere nei territori – in quanto le condizioni materiali e le relazioni sociali esistenti lo rendono possibile. Il Capitale-Stato è il vero crimine organizzato, ed è una piovra con diversi tentacoli: il tentacolo legale e “buono” è costituito da tutti gli uomini d’affari, i politici, i giudici, i militari e la polizia (dell’Ecuador, del Messico, degli Stati Uniti e di altri Paesi) con cui i narcos fanno affari e stringono patti sottobanco; mentre il tentacolo illegale e “cattivo” è costituito dalle bande ecuadoriane e dai loro veri capi, i cartelli messicani. Questo è l’attuale Stato-Capitale che sfrutta e sottomette la maggioranza della popolazione, usando tutto il suo potere (militare, politico, legale, economico, sociale, culturale e mediatico).

Nella politica – e nella guerra che è la sua continuazione – ci sono certamente cospirazioni e spettacoli. In effetti, la giornata di terrore del 9 Gennaio in Ecuador è stata l’esecuzione di un piano orchestrato tra lo Stato e le bande. Il maldestro sequestro di TC Televisión da parte di giovanissimi membri di una banda e il facile salvataggio da parte della polizia è l’esempio più chiaro. Non si tratta solo di una dimostrazione di forza televisiva: [ne sono un esempio] i video che sono circolati sui social network delle guide carcerarie sequestrate e presumibilmente “giustiziate” all’interno delle prigioni. “Politica d’urto” e spettacolarizzazione? Sì, ma non è questa la causa che spiega quanto è accaduto.

La causa è strutturale e per la classe dominante è necessario gestire la crisi capitalista (caduta del saggio di profitto, svalutazione e sovrapproduzione di droghe e merci in generale) e la controrivoluzione preventiva (impedire una nuova insurrezione delle persone sfruttate e oppresse (come avvenuto nell’Ottobre 2019 e nel Giugno 2022)) in modo sempre più violento o sanguinoso. Questo è uno schema che si è ripetuto negli ultimi anni in Ecuador – e che diventa sempre più acuto. Per il Capitale è necessario, quindi, usare la violenza statale e parastatale, liberandosi delle persone lavoratrici in eccesso o “antisociali” – in quanto non producono più valore o non sono più “produttive -, e disciplinando e riproducendo la forza lavoro attiva – unica fonte di valore e di profitto. In breve si tratta di un violento giro di vite.

Il risultato ottenuto dalla classe dominante è seminare la paura nella popolazione e creare un consenso sociale reazionario formato “più sicurezza” o, peggio, “dargli i proiettili” (ai poliziotti e militari, ndt).

Il fine è giustificare e legittimare, da un lato, il terrorismo di Stato: coprifuoco o stato di eccezione; militarizzazione delle strade; impunità per i militari e la polizia che umiliano, torturano e uccidono i giovani impoveriti e razzializzati delle periferie; il Decreto 111; il “Plan Fénix” (o Noboa che imita Bukele); e forse, il “Plan Ecuador” (nuova versione creola del “Plan Colombia”, sotto la tutela degli USA).

Dall’altro, giustificare e legittimare il “pacchetto” di misure economiche di questo governo della borghesia agro-esportatrice contro il proletariato di tutti i settori (aumento dell’IVA dal 12 al 15%, cancellazione del debito fiscale ai grandi gruppi economici, privatizzazioni, zone di libero scambio, flessibilizzazione del lavoro, ecc.)…come se tutto il Paese fosse la sua piantagione di banane e il suo porto di cocaina. In breve: terrorizzare per disciplinare e sfruttare con maggiore facilità e “legittimità” l’eterogenea classe operaia che abita nella regione ecuadoriana. E, naturalmente, per avvantaggiare l’intera classe dei capitalisti creoli e stranieri – al di là dei loro conflitti interni.

Pertanto, il problema non è “il Paese”, “il governo”, “il narco-stato”, “il neoliberismo” o “la fascistizzazione sociale”. Il problema è il Capitalismo – che è un sistema mondiale di sfruttamento e di morte. E noi persone lavoratrici non abbiamo una patria. Quindi rifiutiamo tutti gli appelli all’ “unità nazionale” e alla “difesa della democrazia” – da chiunque provengano -, perché la nazione o la patria è un’azienda con [negozi di] shopping e carceri; e la democrazia, la dittatura invisibile e normalizzata della borghesia (legale e illegale) con i suoi sicari (in uniforme e non), [è il terreno in cui] si svolge questa guerra tra padroni dove i morti non sono mai loro, ma le persone lavoratrici in eccesso e quelle nullatenenti. Le stesse che, purtroppo, non combattono per la guerra di classe e la rivoluzione ma sacrificano la propria vita per la guerra inter-borghese e la controrivoluzione. Figli bastardi di questi tempi.

Di fronte a tutta questa catastrofe, la nostra proposta di comunisti non è “più Stato” ─ che in questo caso significherebbe chiedere più esercito e polizia nelle strade o più violenza e controllo sulla popolazione con qualche briciola di “spesa sociale” ─, né più attivismo cittadino e caritatevole ─ perché fuori da un contesto di lotta di classe, la “solidarietà”, da chiunque provenga, finisce per essere carità o assistenzialismo. La nostra proposta come comunisti è la creazione, sviluppo e rafforzamento delle comunità di lotta e di vita o reti di solidarietà, resistenza, sostegno reciproco e assistenza nei territori. Reti indipendenti da tutte le frazioni (legali e illegali, statali e narco, governative e non) del Capitale e dello Stato. In una parola: praticare la solidarietà di classe, che è autonoma e militante o lo non è. Perché nella guerra sociale la solidarietà è la nostra arma migliore.

Sostenersi e prendersi cura l’unu dell’altru, tra le persone sfruttate, oppresse ed escluse contro il terrore, l’isolamento e la disperazione che ci impongono gli sfruttatori e gli oppressori insieme ai loro sicari in uniforme e non. Sostenersi a vicenda e prendersi cura l’uno dell’altro, dal cibo e dall’alloggio fino alla salute mentale e alle dipendenze, nei luoghi in cui viviamo o in cui ci spostiamo e con i quali abbiamo legami diversi. Anche per contestare, controllare e trasformare i territori, con la solidarietà proletaria e la legittima autodifesa – nostre armi migliori. Come hanno già fatto e/o stanno facendo i nostri fratelli e sorelle di classe in altri Paesi (Cile, Grecia, Argentina, Paesi Baschi, ecc.).

Nell’attuale contesto di controrivoluzione preventiva e sanguinosa, la rivolta è senza dubbio lontana… e peggio ancora la rivoluzione – unica soluzione radicale o fondamentale contro tutta questa catastrofe. Nonostante ciò, è necessario mantenere accesa la fiamma della lotta proletaria con l’indipendenza e la solidarietà di classe. La sfida è costruire una vera alternativa rivoluzionaria, fianco a fianco tra le persone sfruttate, oppresse ed escluse – soprattutto tra le persone proletarie giovani. Più che come progetto storico e politico, [questa sfida è] una questione [attuale] di vita o di morte. L’uno è inseparabile dall’altro. Ed è globale, perché la lotta di classe e la solidarietà non hanno confini.

Proletarios Hartos De Serlo