
Estratto dal capitolo tre, «Anarcho-Syndicalism versus the “Revolt against Work”», Richard Porton, Film and the Anarchist Imagination, University of Illinois Press, Chicago, Urbana, Springfield, 2020, pp. 110-153, Seconda Edizione
L’anarchismo e la «degradazione del lavoro»
Se servisse una prova del fatto che l’anarchismo è ben lungi dall’essere un credo monolitico, il continuo conflitto tra gli anarco-sindacalisti e i sostenitori “antilavoristi” fornisce la prova delle tensioni che animano l’anarchismo contemporaneo. In una certa misura, i dibattiti tra gli eredi di una tradizione anarchico-sindacalista, inaugurata da Rudolf Rocker e Diego Abad de Santillán, e gli anarchici contemporanei e i neo-luddisti, rappresentano uno scisma tra il “lavorismo” ottocentesco e lo scetticismo della fine del XX secolo riguardo l’opportunità di promuovere il posto di lavoro come unico luogo possibile per l’azione diretta e il cambiamento sociale. Eppure le tensioni tra sindacalisti e sostenitori di una posizione militante “anti-lavoro”, che si sono intensificate dalla fine degli anni ’60 [del XX secolo], possono essere ricondotte a quella che lo storico Paul Avrich chiama la «fase classica» del movimento anarchico – il periodo «delimitato tra la Comune di Parigi del 1871 e la Rivoluzione spagnola degli anni ’30».1
L’esortazione della Prima Internazionale – «l’emancipazione dei lavoratori deve essere realizzata dai lavoratori stessi» – ha una risonanza indiscutibilmente anarchica. Ma gli anarchici si sono sempre chiesti se la possibilità di emancipazione potesse essere promessa solo ai lavoratori qualificati. Sotto molti aspetti, l’Industrial Workers of the World (IWW), il sindacato più radicale che abbia mai prosperato sul suolo americano, incarna queste correnti contraddittorie.2 L’obiettivo dell’IWW di essere “un unico grande sindacato” potrebbe essere considerato iper-sindacalista, mentre la sua concomitante disponibilità alle strategie di sabotaggio («il ritiro consapevole dell’efficienza») e l’atteggiamento ospitale nei confronti degli individui marginalizzati (lavoratori itineranti, vagabondi e così via) – soggetti raramente sindacalizzati -, ha molte affinità con una recente rinascita dell’ideologia anti-lavoro.3 I critici leninisti ostili all’anarchismo, come Eric Hobsbawm, hanno descritto il credo anarchico come mero “millenarismo” – una religione contadina mascherata da credo politico.4
Tuttavia, diversi storici meno dottrinari si sono astenuti dal condannare il socialismo anti-autoritario con elogi paternalistici. Invece di etichettare l’anarchismo come una “religione laica,” diversi storici quali Temma Kaplan e Jerome Mintz5 hanno insistito sul fatto che la fede anarchica basata sulla spontaneità ed avversione all’autorità coercitiva non sia sgradevole ma, anzi, promuovesse una forma di organizzazione specificamente libertaria – che si manifestava nelle insurrezioni regionali e negli scioperi generali. Inoltre, la rinascita dell’anarcosindacalismo dopo la prima guerra mondiale, esemplificata dalla crescente militanza in Spagna e in America Latina, dimostrava che l’anarchismo non era semplicemente un movimento agrario dai toni apocalittici. Eppure il breve successo dell’anarcosindacalismo era irto di inevitabili contraddizioni.
Per Michael Seidman, queste contraddizioni sono personificate dai bruschi cambiamenti ideologici che hanno scandito la carriera di Diego Abad de Santillán, uno dei principali teorici della CNT spagnola. Santillán passò da un’ardente condanna dell’ «industrialismo fordista» 6 nel 1931 a un altrettanto accoglienza entusiasta dell’industria, e persino della taylorizzazione, nel 1933. Come abbiamo visto, gli anarco-sindacalisti spagnoli, che per un breve periodo misero da parte il proprio orgoglio e modificarono con esitazione il loro anti-parlamentarismo, furono accusati di tradire gli ideali anarchici. Al contrario, i puristi che rimasero fedeli all’ideale bakuniniano della comune anarchica autonoma furono spesso accusati di utopismo irresponsabile.
Nel periodo post-secondo conflitto mondiale, molti sostenitori della teoria “post-industrialista” affermarono che l’era delle eroiche lotte operaie fosse finita. Nonostante le evidenti disparità ideologiche, il neo-marxista Herbert Marcuse e Daniel Bell – quest’ultimo descritto come un liberale, un socialista democratico o, più comunemente, un neo-conservatore -, credevano che i lavoratori non fossero «più agenti di trasformazione storica.»7 Bell accolse con favore il passaggio dall’industrialismo delle ciminiere a un’economia dei servizi. Il suo corporativismo liberale presupponeva che l’era post-industrialista sarebbe stata benedetta da un nuovo senso di comunitarismo: le persone avrebbero «parlato adesso con altri individui piuttosto che interagire con una macchina.»8 Le sue successive lamentele sociologiche presupponevano che lo Stato si unisse alla scienza in modo da sradicare ogni traccia del lavoro alienato.
L’anarcosindacalista Sam Dolgoff non era impressionato da questa forma di comunitarismo aziendale. Con notevole perplessità, osservò che «gli economisti, i sociologi e gli amministratori borghesi come Peter Drucker, Gunnar Myrdal, John Kenneth Galbraith e Daniel Bell sono adesso favorevoli ad un ampio decentramento non perché siano improvvisamente diventati anarchici, ma principalmente perché la tecnologia ha reso le forme anarchiche di organizzazione “necessità operative.”»9
La prognosi di Marcuse era generalmente pessimistica (egli concludeva che il capitalismo monopolistico fosse «in grado di contenere il cambiamento qualitativo nel prossimo futuro»10 ), nonostante affermasse che gli sviluppi tecnologici sotto il capitalismo potessero accelerare la realizzazione del desiderio di Marx sull’ “abolizione del lavoro.” Da una prospettiva libertaria – e più ortodossa – marxista, Paul Mattick attaccò Marcuse, sostenendo che «l’utopistica “abolizione del lavoro” implica l’abolizione del capitalismo o di qualsiasi ulteriore forma di sfruttamento di classe.»11
Il rivoluzionario Labor and Monopoly Capital12 (1974) di Harry Braverman, ha abbattuto la sfida ideologica, mettendo in discussione molte delle previsioni più rosee dei postindustrialisti.
La metodologia di Braverman è scrupolosamente marxista. E molti anarchici hanno accolto con favore la sua critica approfondita riguardo il “degrado del lavoro.” Braverman aveva poca pazienza riguardo l’assunto post-industrialista dove l’ “economia dei servizi” potesse liberare i lavoratori «dalla tirannia dell’industria»; solo per un post-industrialista miope il lavoro di una cameriera o di un addetto alla stazione di servizio poteva apparire meno oneroso della catena di montaggio.13 Braverman riportò l’attenzione sul processo lavorativo, che, per quanto possa sembrare strano, i marxisti avevano a lungo ignorato. E, a differenza di Marx, Braverman sosteneva che «furono il taylorismo e i cambiamenti associati all’applicazione industriale della conoscenza scientifica a completare la transizione verso una reale subordinazione.»14 Nonostante questa differenza di enfasi, la previsione di Braverman, tuttavia, non differiva sostanzialmente dalla visione pessimistica del processo lavorativo articolato da Weber e Marcuse.15 Egli non immaginava una via d’uscita facile dalla “gabbia di ferro” della burocrazia capitalistica e della razionalizzazione — un sistema «che minava metodicamente l’autonomia del lavoro […] eliminando la dipendenza della società dalla ricca panoplia di competenze artigianali finora distribuite tra le classi lavoratrici.»16
Molti commentatori che simpatizzavano con l’opera di Braverman, si rammaricavano della sua riluttanza riguardo la possibilità di una resistenza da parte dei lavoratori.
Negli ultimi anni, le energie di molti anarchici si sono spostate dalle tradizionali lotte operaie alle preoccupazioni definite da Lewis Mumford come il «Pentagono del Potere» — la «sostituzione dei politecnici tradizionali» con un sistema che inizialmente dava «primato alla macchina» e che ora ha raggiunto il suo apice con la «simulazione elettronica del lavoro.»17 Anarchici come Murray Bookchin hanno modificato il pensiero di Marx riguardo la tecnologia – dove quest’ultima poteva essere sfruttata a beneficio dei lavoratori, invocando così un «anarchism post-scarcity.» Tuttavia, alla fine del XX secolo, un’altra corrente dell’anarchismo, rappresentata da riviste come Fifth Estate» e Anarchy: A Journal of Desire Armed, ha rielaborato le argomentazioni rese popolari da antropologi neomarxisti quali Pierre Clastres e Stanley Diamond.18 L’esaltazione di Clastres riguardo la «società contro lo Stato» e la riabilitazione da parte di Diamond del termine «primitivo,» sono state prese – e spinte a un limite spesso assurdo – da sedicenti “futuri primitivi” come John Zerzan, un sostenitore dell’antilavorismo il cui disprezzo per la modernità abbraccia bersagli disparati quali l’agricoltura, la tonalità, la teoria postmoderna e persino il linguaggio.19
La rappresentazione cinematografica non segue modelli lineari di sviluppo. È importante rendersi conto che i motivi anti-lavoristi affiorano nei film degli anni ’30, mentre i documentari e i film di finzione che tentano di recuperare la memoria storica repressa dell’anarcosindacalismo sono stati distribuiti negli anni ’70 e ’80. Che siano ardentemente sindacalisti o determinati a denigrare il processo lavorativo, tutti i film discussi in questo capitolo dimostrano che la resistenza dei lavoratori non è stata assorbita dall’inerzia del tardo capitalismo.
Continua…
Note
1Paul Avrich, Anarchist Voices: An Oral History of Anarchism in America (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1995), p. 4.
2Nota del blog. Per avere una panoramica succinta di cosa fosse questo sindacato: «l’IWW sostiene che è necessario fare conformare la struttura dell’organizzazione allo sviluppo del macchinario di produzione ed il processo di concentramento che si osserva nell’industria, onde facilitare lo svilupparsi della solidarietà di classe fra gli operai. Se la struttura dell’organizzazione non fa pari passi con lo sviluppo dell’industria, sarà impossibile avere la solidarietà così necessaria al successo delle lotte contro la classe padronale. […] L’IWW sostiene che se i lavoratori sono costretti ad affrontare la moderna organizzazione del capitale con metodi e forme di organizzazione inefficienti, malgrado lo spirito di combattività che essi potranno mostrare, non vi può essere che un esito alla lotta combattuta sotto queste condizioni – la disfatta. L’IWW riconosce il bisogno della solidarietà di classe e perciò considera la lotta di classe come il suo principio fondamentale, e si propone di dedicarsi al combattimento di questa lotta finchè la classe operaia non avrà il controllo dell’amministrazione delle industrie. I principii fondamentali dell’IWW risvegliano quello spirito di ribellione e resistenza che è assetto indispensabile della organizzazione operaia nelle sue lotte per l’indipendenza economica. Insomma, l’IWW è fondamentalmente un organismo di lotta. Essa si dedica alla guerra incessante e tenace contro il diritto di proprietà e di controllo privato nelle industrie. L’IWW non farà che un accordo con la classe capitalista – QUELLO DELLA RESA COMPLETA DEL CONTROLLO INDUSTRIALE AL LAVORO ORGANIZZATO. […]» Riguardo i metodi e la tattica dell’IWW, l’organizzazione «mira ad usare quelle tattiche e metodi che gli assicurano il conseguimento del suo scopo con l’impiego minimo di tempo e di energia. II carattere di queste tattiche viene determinato dall’abilità dell’organizzazione di riuscirci nelle applicazioni. Nessun accordo con i padroni è da considerarsi finale. La pace, finchè perdura il capitalismo, non è che una tregua. Ad ogni opportunità favorevole la lotta per il controllo dell’industria si rinnova. […] Lo sciopero prolungato dimostra che l’organizzazione è impotente, oppure che lo sciopero stesso è stato dichiarato a tempo inopportuno, cioè quando i padroni potevano bene fare una serrata. Ordinariamente, quando uno sciopero non si vince in quattro o sei settimane, la sua prolungazione non servirà a portare la vittoria. Nella industria centralizzata, moderna, il capitalista preferisce combattere uno sciopero di sei mesi piuttosto che sei scioperi di breve durata nel medesimo periodo di tempo. Non è permesso a nessuna parte dell’organizzazione di fare contratti a scadenza fissata con i padroni. Quando si effettua lo sciopero, si tenta sempre di paralizzare tutti i rami della industria, proprio quando i padroni non possono affrontare la cessazione della produzione – cioè, nella stagione attiva e quando vi sono molte ordinazioni. La Industrial Workers of the World sostiene che nulla sarà concesso dai padroni eccetto quello che noi abbiamo la forza di prendere attraverso la nostra organizzazione. Per questo essa non eseguisce accordi con i padroni.Se uno sciopero termina senza aver potuto strappare delle concessioni ai padroni, si torna al lavoro sino ad un’altra occasione più favorevole. I grandi progressi nella tecnica produttrice vanno creando un esercito di disoccupati sempre crescente. Per porre rimedio a questa situazione l’IWW intende stabilire una più breve giornata di lavoro, e diminuire l’intensità produttiva, forzando così i padroni di impiegare più operai. […] Durante gli scioperi, le officine debbono essere circondate da un gran numero di picchetti, che debbono compiere ogni sforzo possibile per prevenire il crumiraggio. Si deve ostacolare l’acquisto di materiale alle fabbriche in sciopero; dove è possibile si impedisca la spedizione dei prodotti. I crumiri dovranno essere isolati. Alla intromissione illegale e partigiana del governo nella sciopero, si risponda con la violazione aperta degli ordini governativi, andando in carcere in massa, causando spese a chi paga le tasse – cioè i padroni. Insomma l’IWW consiglia l’impiego di tattiche militanti, secondo le sue forze e le esigenze della situazione.» Vincent St. John, L’IWW, la sua storia, struttura e metodi, edito a cura della Libreria Editrice del Lavoratori Industriali del Mondo, Brooklyn NY, 1914, pp. 9-17
3Vedere, per esempio, Joyce L. Kornbluh, ed., Rebel Voices: An I.W.W. Anthology (Chicago: Charles Kerr, 1988). La storia più completa degli IWW, soprattutto per quanto riguarda il periodo precedente al 1917, è Melvyn Dubofsky, We Shall Be All: A History of the Industrial Workers of the World (Chicago: Quadrangle Books, 1969). Per alcune osservazioni sulle tattiche di sabotaggio e sul neo-luddismo, vedere Kirkpatrick Sale, Rebels against the Future (Reading, Mass.: Addison-Wesley, 1995).
4Vedere E. J. Hobsbawm, Primitive Rebels: Studies in Archaic Forms of Social Move-ments in the 19th and 20th Centuries (New York: W.W. Norton, 1965). Nota del blog. In E. J. Hobsbawm, I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, trad. it. a cura di Betty Foà, Einaudi, Torino, 1966, Seconda Edizione, l’autore fa una disanima sul concetto di “millenarismo” inteso come «la speranza di un cambiamento completo e radicale del mondo che si ripercuoterà nel millennio, un mondo purificato d i tutti i suoi difetti» e caratterizzato da tre punti fondamentali quali: «un profondo e totale rifiuto del perverso mondo attuale e un’ansia ardente di un mondo diverso e migliore» (rivoluzionarismo), «una «ideologia» del tutto standardizzata di genere chiliastico» e, infine,»una fondamentale incertezza sul modo in cui effettivamente, si realizzerà la nuova società.» (op. cit., pp. 75-76) Partendo da queste basi, Hobsbawn definisce i seguaci millenaristi come coloro che aspettano la rivoluzione o, per meglio dire, che arrivi da sola, in un modo o in un altro, riunendosi e preparandosi nel frattempo ad osservare i segni del destino. In tal senso lo storico giustifica il suo attacco veemente contro gli anarchici, definendoli incapaci di avere una strategia e tattica rivoluzionaria in quanto dimostrano «il proprio disprezzo per i semplici palliativi e le riforme marginali» e «potranno (sempre come gli scioperanti andalusi al principio del XX secolo) rifiutarsi di chiedere paghe migliori e trarre benefici, anche se sollecitati a farlo dalle autorità. […] Il loro comportamento potrà essere estatico ad un punto tale che gli osservatori ne parleranno in termini di isterismo di massa. D ’altra parte il loro programma effettivo potrà essere tanto vago da far sorgere negli osservatori il dubbio se ve ne sia uno. Chi non riesce a comprendere quale sia la forza che li anima – ma anche qualcuno che riesce a rendersene conto – potrà essere tentato di interpretare il loro comportamento in termini di assoluta irrazionalità o di patologia o, nel migliore dei casi, in termini di reazione istintiva a condizioni di vita intollerabili.» (op. cit., pp. 78-79) L’attacco così gratuito di Hobsbawn conferma semplicemente la malafede politica di certi autori storici, specie nel trattare il movimento anarchico e i vari esperimenti fatti in periodi di conflitti guerreggiati (Ucraina e Spagna in particolare)
5Vedere Temma Kaplan, Anarchists of Andalusia, 1868–1903 (Princeton, N.J.: Prince-ton University Press, 1977). Il resoconto meticolosamente documentato da Jerome Mintz sulla rivolta di Casas Viejas, uno degli eventi cruciali che precedettero lo scoppio della guerra civile spagnola, confuta anche la visione “millenarista” di Hobsbawm sull’anarchismo contadino. Vedere il suo The Anarchists of Casas Viejas (Chicago and London: University of Chicago Press,1982).
6Michael Seidman, Workers Against Work. Labor in Paris and Barcelona during the Popular Fronts (Berkeley and Los Angeles: University of California Press, 1991), pp. 45–46. È interessante contrapporre questa rinnovata glorificazione del lavoro con la politica del New Deal (negare gli orari più brevi ai lavoratori e favorire così una maggiore produttività). Per un resoconto di questa strategia all’interno della politica del lavoro di Roosevelt, vedere Benjamin Kline Hunnicutt, Work Without End: Abandoning Shorter Hours for the Right to Work (Filadelfia: Temple University Press, 1988).
7Herbert Marcuse, Socialism in the Developed Countries, International Socialist Journal 2, no. 8 (Aprile 1965): 150.
8Daniel Bell, The Coming of Post-Industrial Society (New York: Basic Books, 1973), p. 163. Per un primo lavoro che si distingue a livello empatico sulla difficile situazione dell’operaio della catena di montaggio, si veda il libro di Bell, Work and Its Discontents» (Boston: Beacon Press, 1956).
9Vedere See Dolgoff, The Relevance of Anarchism in Modern Society, in Terry Perlin, ed., Contemporary Anarchism (New Brunswick, N.J.: Transaction Books, 1979), p. 41. Per una critica alla «teoria sociale tecnocratica» di Bell, vedere la recensione di Trent Schroyer del The Coming of Post-Industrial Society» in Telos, 19 (Spring 1974): 162–76. Vedere anche Michael Rogin, Pa Bell, Salmagundi, 57 (Estate 1982).
10Herbert Marcuse, One Dimensional Man (Boston: Beacon Press, 1964), p. xiii. Nota del blog. Nella versione tradotta in italiano del libro di Marcuse, ci si riferisce alla società industriale avanzata «capace di reprimere ogni mutamento qualitativo per il futuro che si può prevedere» (L’uomo a una dimensione, trad. it. a cura di Luciano Gallino e Tilde Giani GallinoEinaudi, Torino, 1967, p. 13)
11Paul Mattick, The Limits of Integration, in Kurt H. Wolff and Barrington Moore Jr, eds., «The Critical Spirit: Essays in Honor of Herbert Marcuse» (Boston: BeaconPress, 1967). Nota del blog. Il saggio di Paul Mattick, I limiti dell’integrazione, venne tradotto in italiano e pubblicato per la prima volta in Italia dalla rivista Comunità, Giugno 1969, pp. 40-52. Successivamente venne ripubblicato dalla rivista Collegamenti – Wobbly n. 31, autunno 1992. Link
12Harry Braverman, Labor and Monopoly Capital (New York and London:Monthly Review Press, 1974).
13Ibid., pp. 359–74.
14Craig R. Littler, The Development of the Labour Process in Capitalist Societies (London: Heinemann Educational Books, 1982), p. 26. Naturalmente Marx osservò che «in tutti i paesi d’Europa è ormai diventata una verità. . . che nessun miglioramento dei macchinari, nessun apparecchio della scienza alla produzione. . . eliminerà le miserie delle masse industriali.» Marx è citato in Roman Rosdolsky, The Making of Marx’s Capital, trans. Pete Burgess (London: Pluto Press, 1980), p. 304.
15Vedere per esempio Industrialization and Capitalism in Max Weber, in Herbert Marcuse, Negations: Essays in Critical Theory (Boston: Beacon Press, 1968), p. 223. Nota del blog. Il saggio tradotto come Industrializzazione e capitalismo, è inserito nel libro curato da Distaso Leonardo, Herbert Marcuse. Critica della società repressiva, trad. it. a cura di Cristiano Camporesi, Mimesis, Sesto San Giovanni, 2022.
16William Leiss, Under Technology’s Thumb (Montreal and Kingston, Ont.: Mc-Gill-Queen’s University Press, 1990), p. 46.
17Lewis Mumford, The Myth of the Machine: The Pentagon of Power (New York:Harcourt Brace Jovanovich, 1970), p. 165. È possibile sostenere che l’umanismo di Mumford suggerisca una falsa dicotomia tra natura e cultura. Ciò potrebbe essere alla base della lamentela del filosofo Todd May, secondo cui l’anarchismo è «un naturalismo umanista. . . che ipotizza un’essenza umana.» Tuttavia, come sostenuto nel capitolo 1, non tutti gli anarchici sono convinti che ci sia qualcosa di approssimativo come “l’essenza umana.” Vedere il libro di May, The Political Philosophy of Poststructuralist Anarchism (University Park:Pennsylvania State University Press, 1994), p. 63.
18Due dei testi più influenti sono stati Society Against the State di Clastres e In Search of the Primitive di Diamond. La ricerca di Marshall Sahlins convinse [Diamond e Clastres] che i cacciatori-raccoglitori (usò i cacciatori di Arnhem Land come esempio principale), contrariamente alle ipotesi popolari, godevano di una straordinaria quantità di tempo libero e avevano poca riverenza per il lavoro. Vedere il libro di Marshall Sahlins, Stone Age Economics (New York: Aldine, 1972), pp. 18–21.
19Vedere John Zerzan, Future Primitive and Other Essays (Brooklyn, NY e Co-lumbia, Mo.: Autonomedia, and Anarchy: A Journal of Desire Armed, 1994).