
Traduzione dell’articolo “Pahlavi? IRGC? What’s next for Iran after Khamenei”
L’assassinio del leader supremo da parte degli Stati Uniti e Israele apre la porta a una serie di possibilità. Una transizione democratica sembra la meno probabile di tutte.
Per tutto il mese di Febbraio, gli Stati Uniti e l’Iran hanno tenuto diversi cicli di negoziati volti a raggiungere un accordo riguardo la questione nucleare. Secondo quanto riportato, l’Iran era disposto a fare importanti concessioni nel limitare l’arricchimento dell’uranio e ripristinare i limiti derivanti dal Piano d’azione congiunto globale (JCPOA) – un accordo del 2015 negoziato dall’amministrazione Obama e strappato tre anni dopo da Donald Trump durante il suo primo mandato presidenziale.
Eppure, sabato mattina, Israele e gli Stati Uniti hanno lanciato quello che hanno definito un attacco “preventivo” contro l’Iran – un’offensiva che la stragrande maggioranza degli iraniani ha ritenuto inevitabile nonostante i negoziati in corso, a dimostrazione di quanto profondamente il concetto di diplomazia sia stato svalutato anche nel decennio successivo alla firma del JCPOA. (Resta un mistero cosa cercasse di prevenire l’attacco, dato che il Pentagono ha ammesso al Congresso che non vi erano indicazioni di un attacco iraniano).
In questi colloqui, la Repubblica Islamica si è presentata al tavolo delle trattative nella sua posizione più debole di sempre – ovvero le massicce manifestazioni anti-regime che hanno sconvolto il Paese prima che queste fossero brutalmente represse a Gennaio. Di conseguenza, molti iraniani erano confusi su ciò che speravano di ottenere dai negoziati.
Sarebbe stato meglio avere un accordo sul nucleare che avrebbe portato ad un alleggerimento delle sanzioni – e forse ad un’attenuazione della catastrofe economica che gli iraniani hanno vissuto negli ultimi sei mesi in particolare -, ma che avrebbe anche stabilizzato il regime in un momento dove sembrava più vulnerabile dalla rivoluzione del 1979?
O sarebbe stato meglio che i negoziati fossero falliti, gravando ulteriormente e probabilmente sull’economia e portando, quindi, a una oppressione ancora maggiore nell’immediato futuro, ma accelerando la fine del regime?
Parallelamente ai colloqui sul nucleare, nel quarantesimo giorno di lutto nazionale per i martiri della rivolta di Dicembre-Gennaio è scoppiata una nuova ondata di proteste in Iran. Nei campus universitari – e non solo -, i manifestanti hanno intonato slogan come “Morte a Khamenei”, “Morte al dittatore” e “Khamenei è Zahak”, l’incarnazione del male nella mitologia iraniana. Alcuni hanno cantato in sostegno di Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo Scià, mentre altri hanno cantato “Zan, Zendegi, Azadi” – “donna, vita, libertà” – che, nel clima odierno, è usato sia contro la Repubblica Islamica sia contro il ritorno della monarchia.
I manifestanti portavano bandiere iraniane senza l’emblema islamico al centro – alcune raffiguravano il leone e il sole, identificati con lo Scià; altre non avevano alcun emblema, a simboleggiare la nazione iraniana. Studenti, sindacati e figure di spicco dell’opposizione, sia all’interno che all’esterno dell’Iran, hanno rilasciato dichiarazioni in cui condannavano il regime sanguinario, esprimendo al contempo una inequivocabile opposizione all’intervento esterno: il regime deve cadere, ma questo compito spetta agli iraniani.
Anche queste proteste sono state represse violentemente dai Basij e da altri volontari-sostenitori del regime, che nelle ultime settimane sono apparsi più coordinati e più visibili nelle strade.
Ignorare il fatto che il regime goda di un notevole sostegno tra la popolazione è stato uno dei principali difetti della copertura mediatica internazionale sull’Iran – in particolare negli ultimi anni. I sondaggi faticano a coglierne l’entità, ma sarebbe corretto ipotizzare che il 20-30% circa della popolazione sostenga il regime per ragioni legate al proprio sostentamento, all’adesione religiosa o all’allineamento politico e ideologico.
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Quando sabato mattina sono iniziati gli attacchi, tra le prime vittime civili c’erano le studentesse di una scuola elementare femminile a Minab, situata a 600 metri da una vicina base del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC). (Israele ha negato la responsabilità dell’attacco, mentre gli Stati Uniti hanno dichiarato che stavano esaminando le notizie). Il bilancio delle vittime di questo attacco ammonta attualmente a 165.
La campagna di bombardamenti si è rapidamente estesa in tutto il Paese, con Israele e gli Stati Uniti che si sono vantati di aver eliminato con successo molti obiettivi politici e militari. Il “premio” più grande è arrivato più tardi, nel corso della giornata, quando Israele ha annunciato che c’erano prove che indicavano la morte del leader supremo iraniano Ali Khamenei a seguito di un attacco aereo sulla sua residenza.
In Iran e nella diaspora, gli oppositori del regime non hanno aspettato la conferma ufficiale da parte delle autorità iraniane – che sarebbe arrivata ore dopo -, per dare inizio ai festeggiamenti.
I social media sono stati inondati di video di balli spontanei ed esplosioni di gioia per la morte dell’uomo che molti iraniani consideravano personalmente responsabile del massacro di decine di migliaia di persone poche settimane prima, oltre ad essere una figura di spicco di un sistema che li ha oppressi per 47 anni. Ci sono state anche importanti manifestazioni organizzate dai sostenitori del regime in lutto per la morte di Khamenei a Teheran, Isfahan, Shiraz, Qom e altrove.
A questo punto, prevedere cosa riserva il futuro all’Iran sarebbe come leggere le foglie di tè. Ci sono troppe variabili in gioco, sia in Iran, negli Stati Uniti, nel mondo arabo, in Europa o nella più ampia comunità internazionale. Ma la morte di Khamenei apre la porta a una serie di possibilità.
Per il popolo iraniano, l’esito più auspicabile sarebbe, ovviamente, la transizione verso una repubblica democratica.
Purtroppo, questo sembra lo scenario meno probabile, con troppi attori potenti che si oppongono a tale prospettiva.
Molti iraniani sono entusiasti della morte di Khamenei. Ma avrebbero preferito vederlo in tribunale di fronte alle famiglie delle sue vittime uccise durante il suo governo – il che sarebbe stato sicuramente più utile nel realizzare una transizione democratica. La morte della guida suprema non significa che il regime sia crollato, almeno non ancora. Esiste una linea di successione e anche all’interno del regime ci saranno visioni diverse sul percorso da seguire.
Una possibilità, quindi, è che il regime sopravviva con un semplice ricambio di personale al vertice – continuando così a opprimere la popolazione interna e confrontarsi con gli Stati Uniti e i loro alleati in tutta la regione. Ci sono diversi potenziali candidati che potrebbero succedere a Khamenei in qualunque struttura di potere possa emergere (se sopravvivranno a questa guerra), alcuni dei quali sono considerati ancora più intransigenti.
Un’altra possibilità è la sopravvivenza del regime solo di nome ma con una completa revisione dell’apparato statale.
In questo scenario, un successore “moderato” di Khamenei prenderebbe le redini e manterrebbe intatto lo Stato indebolito, evitando il caos di uno Stato fallito, privo di qualsiasi potere o autorità centralizzata – come nel caso dell’Iraq post-invasione 2003.
Questa opzione, che richiederebbe del tempo per concretizzarsi, potrebbe essere quella preferita dal presidente Trump. Andrebbe bene anche a Netanyahu poiché preserverebbe la Repubblica islamica come minaccia da agitare davanti all’opinione pubblica israeliana; ma dopo trent’anni passati a presentare l’Iran come il male incarnato, il primo ministro israeliano potrebbe invece preferire l’eliminazione totale della Repubblica islamica – che gli garantirebbe una grande “vittoria” da sfruttare nelle elezioni di fine anno.
Un’ulteriore possibilità è una presa di potere da parte di alcuni settori dell’IRGC che trasformerebbe l’Iran in una dittatura militare e sosterebbe, a parole, la rivoluzione. Tutto ciò in funzione di collaborazione con l’Occidente – il quale revocherebbe le sanzioni – e ricostruzione dell’economia e dell’esercito iraniano, diventando di fatto un alleato degli Stati Uniti.
L’Occidente sa molto bene come collaborare con un regime di questo tipo (come ha fatto ad esempio in Egitto e in Pakistan), e l’IRGC potrebbe mantenere i propri interessi commerciali e il controllo stretto delle risorse.
E Reza Pahlavi? Grazie alla sua notorietà e all’assenza di altre alternative valide, negli ultimi mesi ha ottenuto un maggiore sostegno sia all’interno dell’Iran che in alcune parti della comunità internazionale. Ma anche sulla scia delle recenti manifestazioni, Pahlavi ha fallito miseramente nel riunire l’opposizione, allontanando praticamente tutti al di fuori della sua cerchia ristretta di sostenitori.
In realtà, Pahlavi non ha fatto nulla per servire il popolo iraniano per quasi cinquant’anni. e il suo entusiasmo per una guerra contro il regime, insieme alla sua idealizzazione del periodo pre-rivoluzionario, lo rendono altamente problematico agli occhi di molti iraniani. Come a voler dimostrare questo punto, questa settimana Pahlavi si è affrettato a piangere la morte di tre soldati americani, senza dire assolutamente nulla sull’uccisione di decine di studentesse in Iran.
Nonostante il sostegno dei politici repubblicani di alto rango a Washington, Pahlavi non ha mai ricevuto l’appoggio di Trump, né lo ha mai incontrato pubblicamente, il che porta a concludere che il presidente statunitense lo consideri più un peso che una risorsa. Naturalmente, con Trump, la situazione potrebbe cambiare in un attimo; ma per ora sembra che Pahlavi non abbia alcun posto nei piani del presidente. Ci si può aspettare una forte reazione da parte della diaspora iraniana quando questo diventerà più evidente.
La storia recente è costellata di esempi di interventi stranieri che raramente hanno raggiunto gli obiettivi dichiarati e quasi mai hanno portato benefici alla popolazione del Paese “liberato”: dall’Iran stesso nel 1953, al Guatemala nel 1954, al Cile nel 1973, all’Iraq nel 2003 e alla Libia nel 2011. La stabilità regionale e globale non può essere una cosa improvvisata. Ma in un sistema globale che premia solo la forza, è probabile che continueremo a vedere dei tentativi statunitensi, israeliani e annessi alleati nel manipolare una regione che funzioni soltanto nel loro interesse o vada in pezzi.
In entrambi i casi, non saranno loro a dover ripulire il pasticcio.