
Traduzione dell’articolo “On Iran’s protests, Israeli hypocrisy knows no limits”
Fino a poco tempo fa gli israeliani esultavano per un olocausto a Gaza — e ora osano celebrare la coraggiosa rivolta del popolo iraniano.
Quarantasette anni fa, Mohammad Reza Pahlavi, ex Scià dell’Iran, lasciò definitivamente il Paese. Quarantasette anni fa, anche io e la mia famiglia lasciammo l’Iran, senza sapere che sarebbe stato per sempre. Nel caos della rivoluzione, nulla era chiaro tranne il caos stesso.
Abbiamo saputo della partenza della famiglia reale durante il tragitto verso l’aeroporto, precisamente dai titoli delle edizioni speciali dei giornali che gridavano: شاه رفت, “Lo Scià se n’è andato.” Lo Scià se n’era andato, e anche noi.
Da 47 anni seguo da lontano la patria che ci siamo lasciati alle spalle: le sue gioie, che sono troppo poche, e i suoi disastri e dolori, che sono decisamente troppi. E, come il resto del mondo, negli ultimi giorni ho seguito l’eroica rivolta del popolo iraniano nella sua lotta di liberazione contro l’oppressione di questo regime malvagio e crudele. Vedendo il terribile prezzo che sono stati costretti a pagare, sento il mio cuore uscire dal petto e correre verso loro.
Il filmato delle forze Basij che falciano i manifestanti sono agghiaccianti. Ho ancora alcuni parenti in Iran; da quando sono iniziate le proteste, non ho osato contattarli per chiedere informazioni su come stanno – qualsiasi contatto da parte di qualcuno che abita in Israele potrebbe metterli in pericolo. Quindi seguo la situazione da lontano e prego che tutto vada per il meglio.
In Israele, come in ogni altra parte del mondo, la rivolta iraniana ha conquistato i titoli dei giornali e gran parte del dibattito pubblico, non solo per le implicazioni che questi sviluppi, o un possibile attacco degli Stati Uniti, avrebbero per Israele, ma anche perché le manifestazioni offrono al pubblico israeliano l’opportunità di “schierarsi dalla parte giusta” e ripristinare così la propria immagine – sia agli occhi di sé stessi che del mondo.
Mi disgusta nel profondo quando vedo gli ebrei israeliani che, solo un momento prima, sostenevano il barbaro genocidio dei palestinesi di Gaza – con tutte le loro forze, con misurato entusiasmo, o con un’alzata di spalle e un “È così che va in guerra” –, e ora celebrano la coraggiosa rivolta del popolo iraniano.
Esiste al mondo un collettivo più insolente di quello sionista? Dopo aver sbadigliato di fronte ai bambini che muoiono di fame e ai bombardamenti di interi quartieri, e dopo aver continuato a mostrare totale indifferenza per le sofferenze in corso nella Striscia, ora osano parlare di un regime crudele? Di una lotta per la liberazione? Di democrazia? Di libertà?
Vedo gli israeliani scuotere la testa ipocritamente per il numero sconosciuto dei manifestanti morti in Iran. Conoscono il numero reale delle vittime dell’olocausto di Gaza? A loro importa qualcosa?
Recentemente sono stata sopraffatta da un’influenza che non ho mai avuto [nella mia vita]. Dicono che sia la peggiore influenza che abbia colpito la nostra regione negli ultimi decenni, e io ci credo. So che attualmente sta devastando gli abitanti di Gaza – i quali non hanno un letto caldo, un tetto sopra la testa, medicine e uno spazio asciutto dove riprendersi. L’insaziabile crudeltà israeliana non lascia andare questi sopravvissuti e, anzi, insiste e continua nel torturarli.
Mentre ero costretta a letto, non potevo fare altro che scorrere e vedere i video provenienti dall’Iran – in particolare dalla mia città natale, Teheran. Ogni volta, dopo aver posato il telefono, immaginavo che un giorno sarei riuscita a rivisitare [Teheran].
Se ho un desiderio, è questo: vedere l’Iran ancora una volta. La strada dove si trovava la nostra casa che non c’è più. La scuola ebraica dove ho studiato e che esiste ancora. Il grande bazar della città. Il vicolo che porta alla casa dei miei nonni a Isfahan. Riesco facilmente a ricreare l’odore di ciascuno di questi luoghi.
Recentemente ho letto il libro di memorie di Raja Shehadeh, “We Could Have Been Friends, My Father and I” (Avremmo potuto essere amici, mio padre ed io). Shehadeh descrive quanto sia stato difficile per suo padre, uno dei più importanti avvocati palestinesi del suo tempo, accettare la perdita della sua casa a Jaffa dopo la Nakba: il desiderio costante e la disponibilità a tornare, e il dolore di non poterlo fare.
I miei genitori non avrebbero mai immaginato che la loro vita sarebbe finita in un posto diverso dalla loro patria. Ma a differenza di molti altri che erano stati sradicati violentemente – tipo la famiglia Shehadeh -, nel nostro caso avevamo un Paese che ci aspettava a braccia aperte e ci offriva una nuova patria – a condizione che fossimo disposti a impegnarci nel cancellare la storia del popolo che ci aveva generosamente offerto la sua terra.
Mi ci sono voluti molti anni per capire il significato di tutto questo: prima ancora di mettere piede su questa terra, all’età di 9 anni, avevo dei diritti che andavano ben oltre rispetto a quelli delle persone che vi avevano vissuto per secoli. Il mio rifiuto di questa ingiustizia deriva non solo dalla mia posizione di ebrea israeliana – con tutti i privilegi che ciò comporta -, ma anche dall’imperativo impostomi dalla mia identità iraniana e migrante.
Io e la mia famiglia non abbiamo vissuto una Nakba – tutt’altro. Abbiamo scelto di emigrare dalla nostra patria; nessuno ci ha espulsi. A differenza dei rifugiati palestinesi, potevamo tornare in qualsiasi momento. Il nostro destino non sarebbe stato peggiore di quello di decine di milioni di altri iraniani sotto questo regime da incubo. Non siamo stati costretti all’esilio; la patria di un altro popolo era ai nostri piedi, dopo averne soggiogato e schiacciato gli abitanti.
Per tutti questi motivi, non rivendicherò alcun tipo di solidarietà diasporica con i rifugiati palestinesi (dopotutto, non ho l’insolenza dei sionisti). Ma il dolore di vedere da lontano la propria patria distrutta da un regime corrotto, spregevole e crudele, è qualcosa che conosco bene.
Libertà per il popolo iraniano. Libertà per il popolo palestinese. E libertà anche per gli ebrei israeliani dal ruolo vergognoso di padroni in un regime di supremazia.
Possiamo vedere il giorno in cui tutti i rifugiati potranno tornare nelle loro patrie a testa alta e che tutti i regimi malvagi di questo mondo saranno distrutti ed eradicati per sempre.