
L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela è condannabile sotto molti aspetti. Per la prima volta, il Paese viene bombardato sul proprio territorio da un governo straniero. Ma in politica le apparenze spesso ingannano. Con le poche informazioni disponibili – e osservando i fatti e il comportamento degli attori – la trama del conflitto venezuelano sembra aver preso una piega inaspettata: un colpo di Stato interno al chavismo, facilitato dall’ “imperialismo” [yankee].
Gli eventi sono ancora in corso; ma al momento in cui scriviamo questa nota (4 Gennaio, ndt), ci sono quattro fatti che ci permettono di sostenere un’ipotesi preliminare: l’attacco stesso, le dichiarazioni di Donald Trump, le dichiarazioni di Delcy Rodríguez e la decisione del Tribunal Supremo de Justicia.
1) L’attacco: forza schiacciante, difesa inesistente
Dopo mesi di assedio e pressioni, e dopo gli attacchi contro le imbarcazioni che hanno causato più di 100 vittime, l’esercito degli Stati Uniti ha attaccato il Venezuela nella notte di sabato 2 Gennaio. Non esiste un rapporto ufficiale sui danni. Secondo i resoconti sono stati bombardati diversi obiettivi di natura militare a Caracas, La Guaira, Aragua e Miranda, con particolare attenzione a Fuerte Tiuna, dove si trovava Nicolás Maduro.
Finora, il governo non ha pubblicato dei dati relativi riguardo i morti e i feriti. Il New York Times parla di almeno 40 vittime tra militari e civili. Si ipotizza che la maggior parte delle vittime sia avvenuta durante la cattura di Maduro.
La cosa più sorprendente non è solo l’attacco ma l’assenza di una risposta militare venezuelana. Nonostante fosse stata annunciata la possibilità di un’operazione di estrazione 1, la reazione è stata nulla, per non dire inesistente: non ci sono immagini di fuoco difensivo, né segni di resistenza sostenuta. Alcuni analisti hanno detto ironicamente che “gli elicotteri americani hanno volato liberamente, come se fossero a casa loro”. La giornalista specializzata Sebastiana Barráez ha affermato che, in quel momento, metà del personale militare era in “congedo natalizio”. Trump, da parte sua, ha assicurato che non ci sono state perdite di equipaggiamento, né incidenti ai danni del personale statunitense durante l’operazione.
2) Trump: la confessione implicita di un nuovo copione
Il secondo atto è stata la conferenza stampa di Donald Trump, dove ha confermato la cattura di Nicolás Maduro e Cilia Flores. In quell’occasione ha pronunciato frasi che, nel loro insieme, sembravano meno propaganda e più segnali di un accordo. Ha detto di aver “parlato a lungo con Delcy Rodríguez”, che “Rodríguez avrebbe fatto tutto ciò che le avrebbero detto”, che lei “avrebbe governato il Venezuela per un certo periodo”, e ha concluso disprezzando María Corina Machado con una frase deliberatamente umiliante: “una bella donna che non ha appoggio all’interno del Venezuela.”
Al di là del tono, il messaggio centrale era chiaro: Trump ha individuato in Delcy un’interlocutrice e una figura di transizione.
3) Delcy: anti-imperialismo di facciata, omissioni cruciali
Poi ha parlato Delcy Rodríguez. Ha usato, sì, il gergo anti-imperialista tipico del chavismo e ha detto che il Venezuela “non sarà una colonia”. Ma il suo discorso aveva un obiettivo diverso: esigere che Maduro fosse vivo ed esibire una carpetta contenente il presunto decreto di “stato di agitazione esterna” – un procedimento di cui nessuno conosce il testo -, chiedendo un’interpretazione al TSJ (Tribunal Supremo de Justicia, ndt).
E, soprattutto, il suo primo discorso era pieno di omissioni e giri di parole difficili da ignorare:
– Ha revocato le mobilitazioni che altri portavoce chavisti avevano promosso contro l’attacco e ha esortato alla “calma” e a “restare a casa”;
– Non ha fornito cifre sui morti e sui feriti, né ha parlato dell’entità dei danni;
– Si è discostata dalla narrativa dell’ “attacco contro la popolazione” e, nonostante alcune frasi dure, è sembrata insolitamente condiscendente nei confronti degli Stati Uniti dopo un’aggressione di tale portata.
In una situazione del genere, ciò che non si dice, dice più di quello che viene detto.
4) Il TSJ: la scorciatoia per non indire le elezioni
Infine, la decisione del Tribunal Supremo de Justicia. Mesi prima, Nicolás Maduro aveva parlato di attivare un “decreto di stato di agitazione esterna” in caso di aggressione. Il suo contenuto, fino ad oggi, rimane segreto. Ciò che conta non è il mistero ma l’utilità politica. Tale decreto, presumibilmente, includerebbe una formula per definire chi esercita le funzioni presidenziali in caso di assenza.
Delcy ha chiesto una “interpretazione” al TSJ e questo ha risposto rapidamente: l’ha nominata “presidente facente funzioni.”
Il problema è che la Costituzione non prevede la figura di “presidente facente funzioni”, “provvisoria” o “ad interim” in caso di assenza del presidente.
L’articolo 233 stabilisce che in caso di assenza assoluta [del presidente] prima del compimento dei quattro anni del mandato, il vicepresidente esecutivo assume la carica per indire nuove elezioni entro 30 giorni (e per insediare il presidente eletto, secondo la procedura). Con la simulazione del “decreto di emergenza”, Delcy evita il punto decisivo: non dichiara l’assenza assoluta e non indice le elezioni.
In parole povere: il TSJ ha creato una via d’uscita [all’attuale entourage governativo, consentendo così a quest’ultimo di] conservare il potere senza seguire la via costituzionale.
Lo sfondo: una fazione pronta a garantire la continuità.
Delcy Rodríguez e suo fratello Jorge Rodríguez sono stati per anni figure centrali della leadership chavista. Jorge è noto per la sua fredda intelligenza, la sua abilità nel manovrare e il suo talento nel negoziare: ha guidato la parte oficialista in diversi processi, compreso l’accordo di Barbados.2 Ha anche tessuto dei legami con gli imprenditori, i partiti “dell’opposizione” e i settori della società civile che sono stati definiti “normalizzatori”.
Negli ultimi mesi, inoltre, sarebbe stata promossa negli Stati Uniti un’operazione di posizionamento – incluse le interviste sui media – per presentare Delcy come una figura “affidabile” e “moderata”. Se così fosse, allora quanto accaduto non sarebbe un incidente: sarebbe la fase operativa di un piano.
Conclusione: non si tratta della “classica invasione” imperialista, ma di qualcosa di più oscuro.
Avremo maggiori informazioni nelle prossime ore. Finora tutto sembra indicare una situazione sorprendente: una fazione del chavismo avrebbe consegnato Maduro per mantenere il controllo del potere – con il sostegno o l’approvazione degli Stati Uniti.
Se in questo momento sei sinceramente indignato per l’incursione statunitense – e a ragione: il precedente è terribile – non diventare un utile idiota delle oligarchie di sinistra.
Questa non sembra la semplice cartolina di una tradizionale “invasione imperialista”. Sembra, piuttosto, un riassetto interno, una sostituzione controllata e una continuità mascherata. Un tradimento negoziato.
Non fidarti solo della mia parola. Cerca, confronta, collega i punti, poniti delle domande. E, soprattutto: pensa con la tua testa.
Note
1Nota del blog. Nell’ambito militare, l’estrazione o esfiltrazione è un procedimento atto a rimuovere del personale o delle unità da aree sotto il controllo nemico con mezzi furtivi, ingannevoli, a sorpresa o clandestini. Spesso viene usato nell’ambito della guerra non convenzionale dove, attraverso questo procedimento, vengono prelevate delle personalità (istituzionali, carismatiche etc) senza il loro consenso e trasferite in altri luoghi. Fonte: Dictionary of Military and Associated Terms, Giugno 2025, voci Exfiltration e Unconventional warfare
2Nota del blog. L’accordo di Barbados del 17 Ottobre 2023, noto come “Accordo parziale sulla promozione dei diritti politici e delle garanzie elettorali per tutti”, venne firmato tra il governo venezuelano di Nicolás Maduro e l’alleanza di opposizione, Plataforma Unitaria. Questi accordi dovevano prevedere, almeno sulla carta, delle elezioni presidenziali libere ed eque.