La laicità dello Stato

Traduzione parziale di Laïque in Encyclopédie anarchiste. Tomo Deuxieme, La Librairie internationale, Parigi,1925-1934, pp. 1178-1181

 

Presentazione

Qualche giorno fa il sindaco di Catania Enrico Trantino, prima della deposizione del presunto cranio all’interno del busto di Sant’Agata, patrona della città etnea, ha baciato il teschio come “segno di devozione, un gesto di amore per la nostra Santa, che in quel momento ho espresso a nome di tutti quanti i catanesi, pensando che i cittadini potessero apprezzare quel che stavo facendo.”1

Il vespaio di polemiche non si è fatto ovviamente attendere: chi manifesta disgusto, chi crea meme ad hoc e battute facili sull’atto necrofilo, chi presenta la Santa come un simbolo femminista perché disse no a chi voleva riportarla nel mondo pagano e così via. I difensori istituzionali politici del primo cittadino catanese hanno ribadito che l’atto è una manifestazione d’amore e storia per la propria città e i cittadini.

Una scena del genere, al di là che fosse una pratica in voga durante il Medioevo,2 ci riporta in mente una serie di questione che qui, per ragioni di spazio, tratteremo in forma succinta.

Il simbolo del teschio di Sant’Agata, così come altri formato sangue, femori, braccia, costati, bacini etc, rappresenta una delle tante ostentazioni pubbliche del potere – laico e religioso -, spingendo le persone ad agire come vuole la classe dirigente clericale-politica.

Ciò viene confermato dallo storico Peter Brown nel libro Il culto dei santi. L’origine e la diffusione di una nuova religiosità : le reliquie, secondo il culto religioso, sono una forma di mediazione tra Dio e l’uomo attraverso una presenza stabile e costante di tali oggetti. Grazie a esse si assiste a «nuove forme di esercizio del potere, nuovi legami di dipendenza, nuove segrete speranze di protezione e giustizia in un mondo in cambiamento.»3

L’anarchico francese Albert Libertad (pseudonimo di Albert Joseph) definiva tutto questo, e senza mezzi termini, come il culto della carogna, dove «il morto non è solamente un germe di corruzione in seguito alla disgregazione chimica del suo corpo che avvelena l’atmosfera: lo è ancora di più per la consacrazione del passato, per l’immobilizzazione dell’idea ad uno stadio dell’evoluzione. Vivendo, il suo pensiero si sarebbe evoluto, sarebbe andato più avanti. Morto, esso si cristallizza. Ed è esattamente questo il momento che i vivi scelgono per ammirarlo, per santificarlo, per deificarlo. […] I morti ci dirigono; i morti ci comandano, i morti prendono il posto dei vivi […] ostruiscono le città, le strade, le piazze. Li incontriamo in marmo, in pietra, in bronzo; questa iscrizione ci dice la loro nascita, quest’altra la loro dimora. […] II culto dei morti è una delle più grossolane aberrazioni dei vivi. È un residuato delle religioni promettenti il paradiso.»4

La religione, in una società che si definisce laica – e quindi diversa, in linea molto teorica, dai governi teocratici -, accoglie un pubblico estremamente eterogeneo. Ricchi e poveri, padroni e precari-servi, intellettuali e stupidi: una massa così diversa a livello socio-economico ma pronta a raccogliersi quando la religione chiama. Certo, chi vive una condizione disagiata in territori fortemente clientelari e attraversati da quelle che vengono considerate organizzazioni criminali, la preghiera, insieme agli interventi degli enti del terzo settore5 di stampo religioso (cattolico, protestante o musulmano che sia), è l’unica speranza di volere un mondo e futuro diverso.

Se vediamo la questione in generale, e quindi al di là delle sole soggettività marginalizzate o escluse, possiamo dire che la credenza religiosa sia un immaginario collettivo dove le divinità con i santi, le sante e i profeti, fungono da taumaturghi nelle vite delle persone in generale.

Lo stomaco, però, non si riempie solo di belle parole. Occorrono degli atti materiali. Come accennavamo prima, gli enti del terzo settore di stampo religioso (come ad esempio la Caritas) scendono in campo quando lo Stato non riesce e non vuole intervenire nell’aiutare la parte della popolazione povera e impoverita. Così prosperano le mense, i dormitori o social-housing, fino a arrivare al micro-credito6 atto a ripristinare il commercio e dare fiducia al sistema capitalistico.

La domanda che sorge è: chi finanzia tutto questo? Ovviamente la cosiddetta parte ricca, a livello economico, della popolazione. Parliamo in pratica di quella che si divide la torta dei finanziamenti europei o statali, sbatte fuori gli affittuari per seguire il trend economico del momento – affitti a breve termine da destinare al turismo -, e impone prezzi dei beni di prima necessità e non solo tramite la Distribuzione Organizzata.

Secondo i razionalisti liberali, in buona o cattiva fede, la religione, nella società o Stato laico, non viene messa da parte ma ha un ruolo, sempre in linea teorica, subalterna all’entità statale. Il punto però è che di fronte alla pervasività sociale ed economica della religione, quest’ultima ha un rapporto alla pari con le istituzioni politiche e economiche. Non è, come erroneamente si pensa, una degenerazione del potere statale. Tutt’altro. È semplicemente una dimostrazione pratica di come i poteri culturali, sociali, economici siano uniti fra loro e collaborino attivamente nel mantenere privilegi e scale sociali ad hoc. Se dovessimo dirlo in termini anarchici, Stato, Capitale e Religione hanno un rapporto orizzontale dove la funzione di tale relazione è la sacralizzazione e feticizzazione del principio di proprietà e di gerarchia.

Appare così evidente che l’atto compiuto da Trantino nelle vesti di figura istituzionale mostri come il laicismo dello Stato non sia tanto prono ai diktat religiosi cristiani (in questo caso, vista la parte di mondo in cui viviamo) quanto, invece, legato strettamente al potere clericale e capitalistico.

Anche chi pretende di far uscire una figura di un Santo o una Santa dall’alveo religioso solo per attirare persone – soprattutto marginalizzate – dalla propria parte, fa un atto politicamente anti-emancipatorio e dà il fianco a quella società capitalistica desiderosa di mostrarsi “umana” nonostante «semini la morte, con la sua cattiva organizzazione, con la miseria che crea, con la mancanza d’igiene, le privazioni e l’ignoranza di cui soffrono gli individui. Sostenendo una tale società, gli uomini sono dunque la causa della loro stessa sofferenza e, invece di gemere davanti al destino, farebbero meglio a lavorare per migliorare le condizioni di esistenza in modo che la vita umana si sviluppi al suo massimo grado e alla sua massima intensità.»7

La traduzione parziale che presentiamo è tratta dal secondo tomo dell’Encyclopédie anarchiste. Abbiamo preferito usare “Laico, laicità” e non solo “Laico” in quanto nel testo redatto dall’anarchico Barbedette si passi dal parlare del personale laico all’interno delle Chiese alla laicità dello Stato.

Le parti non tradotte si riferiscono a episodi storici legati alla storia della Francia medievale, rinascimentale, illuministica, rivoluzionaria, ottocentesca e inizi del Novecento. Il motivo per non aver tradotto ciò è stato soltanto per evitare di appesantire la lettura e, al contempo, risaltare tutti i punti critici citati dall’estensore della voce.

 

Laico, laicità

di Lucien Barbedette8

In senso stretto, è laico ogni cristiano che non appartiene alla gerarchia ecclesiastica; da qui il nome di frati laici o laici, dato nei conventi a quegli imbecilli che non ricevono gli ordini sacri e si limitano a svolgere il ruolo di domestici [del clero]. Secondo il diritto canonico, le suore della carità, i fratelli delle scuole cristiane, tutti i monaci non tonsurati,9 così come l’esercito delle monache, rimangono nella categoria dei laici, nonostante gli immensi servizi che rendono al cattolicesimo. Per essere chierico, occorre aver ricevuto almeno gli ordini minori o la tonsura. Quest’ultimo grado non è che un segno di presa di possesso da parte delle autorità ecclesiastiche. Un tempo veniva conferito ai bambini nobili appena usciti dalla culla e destinati al clero. Come gli ordini minori, [l’esser laico] non comporta né il celibato né alcuno degli obblighi assunti dal sacerdote o dal semplice suddiacono.10 Questa condizione, però, evitava i processi presso i tribunali civili e, a volte, faceva ottenere benefici ecclesiastici – diventando persino cardinali.11 Oggi ha importanza solo per i seminaristi abbastanza stupidi o astuti da accettare di diventare docili funzionari del Vaticano.

Il termine laico ha assunto un significato ben diverso; serve a qualificare, ai nostri giorni, qualsiasi persona o cosa che non appartenga alla Chiesa. Pur non essendo sacerdoti, i frati ignoranti, i gesuiti in vestito corto,12 i conversi di ogni ordine, a volte persino i sacrestani pretendono di separarsi dal mondo profano per entrare nella tribù di Levi. Indossando la cuffia e il velo, le donne stesse si immaginano di diventare persone sacre, dimenticando che la Chiesa le ha escluse per sempre dalla sua gerarchia. Infatti, di fronte alla crescente ondata di incredulità popolare, e per lusingare la vanità di fedeli abbastanza sciocchi da servirli, le autorità ecclesiastiche accettano di riservare l’epiteto di laici agli uomini, alle dottrine o alle istituzioni che non traggono ispirazione dalle idee teocratiche. A leggere gli scrittori benpensanti, sembra che laico sia, per loro, sinonimo di criminale o di diabolico; di conseguenza, questo maldestro aggettivo non è più appropriato quando si tratta dei devoti servitori dei signori parroci.

«Quando la Chiesa era onnipotente, essa si era profondamente separata dalla massa popolare e aveva costituito una sorta di società a sé stante, con istituzioni speciali, proprie, e soprattutto non aveva trascurato di concedersi tutti i vantaggi che le sembravano idonei ad assicurare il suo dominio. In origine era stata povera, debole, popolare; diventata potente, cessò di essere liberale e protettrice come un tempo. Non c’è mai stato un governo più avido di potere né più geloso delle proprie prerogative [come la Chiesa]; e invece di rimanere popolare, mantenersi in quell’ambiente sociale fecondo e vivificante, si isolò sempre più, avendo cura di tracciare, per quanto possibile, delle linee di demarcazione tra sé e il popolo; non volle né portare lo stesso nome del popolo, né vivere la stessa vita. Vi è allora la condizione ecclesiastica e la condizione laica, due giurisdizioni, due tipi, se non due nature di beni, i primi con privilegi, i secondi con oneri, ecc. «Ogni laico», recita un antico regolamento, «che incontri per strada un sacerdote o un diacono, gli offrirà il proprio collo come appoggio13; se il laico e il sacerdote sono entrambi a cavallo, il laico si fermerà e saluterà riverentemente il sacerdote; se il sacerdote è a piedi e il laico a cavallo, il laico scenderà e risalirà solo quando l’ecclesiastico sarà a breve distanza, il tutto sotto pena di essere scomunicato per tutto il tempo che piacerà al metropolita.» Bisogna ammettere che la Chiesa e il clero hanno un po’ allentato la morsa da allora, ma non certo di loro spontanea volontà. Re e popoli hanno dovuto lottare successivamente e a turno per sfuggire a quel giogo che per secoli ha oppresso l’Europa nel corpo e nell’anima, in misura inaudita.» (Maurice Lachâtre, Le dictionnaire universel panthéon littéraire et encyclopédie illustrée. Tome Deuxieme, Administration de Librairie, Parigi, 1854, p. 256)

La Chiesa, piena di diffidenza per il semplice fedele, finché era padrona spingeva verso la tirannia, fino al punto di vietare l’insegnamento pubblico a chiunque non fosse chierico; adesso ha bisogno di quei laici tanto disprezzati. Si sa che i re di Francia erano ecclesiasti di Roma per diritto di nascita; chiunque oggi sia ricco o influente riveste la dignità di cameriere del papa o di cavaliere di un ordine romano. La gioventù dorata fornisce barellieri per Lourdes, istruttori per il catechismo, reclutatori volontari per tutte le opere sacerdotali. Così la prelatura riconoscente conferisce a questa schiera di chierichetti i titoli di crociati eucaristici, paggi di Cristo e cavalieri della croce.

Elevati al di sopra del vulgum pecus, questi ausiliari del clero occupano un posto ben definito, di fatto se non di diritto, nella gerarchia levitica che scende, a livelli successivi, dai cardinali ai volgari spioni della sacrestia.

È nel mondo dell’istruzione che la Chiesa si dichiara violentemente ostile allo spirito laico. Comprendendo che le menti adulte e normali non avrebbero potuto accettare il suo assurdo credo, rivendicò ben presto il diritto esclusivo di aprire scuole e istruire i bambini. Poi, una volta che le sue pretese vennero accolte, si guardò bene dal rendere la scienza accessibile al popolo. […]

E l’Università ha sempre dato prova, nei confronti del cattolicesimo, di una tolleranza che rasenta la servilità. Innumerevoli sono i credenti nell’istruzione secondaria e superiore; in tre quarti dei licei, il cappellano è il vero capo dell’istituto: e, per ottenere gli alti gradi accademici, sembra indispensabile frequentare la Chiesa, il Tempio o la Loggia. Chi viola la neutralità scolastica a favore delle idee cristiane è difeso in partenza; ma si perseguita senza tregua il nemico di tutti gli dei, antichi o nuovi che siano. Naturalmente, la morale tradizionale, il patriottismo, i pregiudizi razziali, ecc., fanno parte del corredo della laicità. […]

Nel suo straordinario libro Vers l’éducation humaine. La Laïque contre l’enfant, pubblicato nel 1911, Stephen Mac Say14 aveva perfettamente previsto questa evoluzione. E le sue critiche non hanno perso attualità dopo la tempesta del 1914–1918 – a riprova del fatto che non riguardavano vizi passeggeri, ma le piaghe durature del nostro sistema educativo. Ci sarebbe molto da citare: l’insensatezza dei programmi scolastici, i difetti insormontabili dei metodi pedagogici, gli obiettivi dichiarati o segreti dello Stato educatore.

«I soggetti laici ci sembrano meno incatenati perché, in realtà, lo sono attraverso una moltitudine di catene più sottili. L’enorme catena (comunque ben arrugginita) del cattolicesimo ci stringe maggiormente. Nella scuola cristiana si vede sempre Dio dietro l’uomo, al di là del vincolo del Dovere. Nella scuola laica, una leggera nebbia di dubbio nasconde, a volte, la divinità; ma il vincolo costituito dai molteplici filamenti la asservisce agli stessi oscuri imperativi. E non mi si venga a dire che questo spirito, ancora in vigore nei programmi, è in via di estinzione e che con la religione della causa prima15 scomparirà la «base esterna» (fondata a sua volta sulla fede) della morale. Risponderò che la laicità è consapevole del fatto che «pretendere di piegare il bambino al giogo della disciplina e dell’obbedienza, creare in lui un principio che lo induca ad accettare volontariamente la legge del lavoro e del dovere e non chiedere questa forza alla religione, significa tentare un’impresa impossibile,» che non è irreligiosa, ma religiosa in modo diverso, e che non è colpa sua se l’influenza della religione diminuisce non appena il suo assoluto si umanizza. Man mano che questo punto d’appoggio crolla, si fonda il dogma del Dovere nel cielo ipotetico di una nuova religione e la Patria sarà il primo Dio della decadenza».

E poi quali intuizioni penetranti sul soffocamento sistematico dell’iniziativa nel bambino:

«Il suo povero corpo esuberante è preda di regolamenti e divieti. Si muove solo al comando. Sono le otto. Un fischio. Come uno stormo di passeri che volano, i bambini interrompono i loro giochi. Su due file, la colonna varca la soglia della scuola. Si fa improvvisamente silenzio. Le teste si chinano. Saluto deferente al caporale pedagogo e al tempio scolastico. Gli alunni si fanno strada verso i banchi e, al segnale, si siedono. Docili, almeno in apparenza, all’orario imposto dalla volontà del maestro, si adeguano alle lezioni che, negli stessi giorni, negli stessi momenti, assorbono i loro sforzi. Scrivono a comando, recitano a comando, spostano libri e quaderni a comando. »

Così il bambino di sei anni, molto aperto il primo giorno, sarà chiuso il giorno dopo e completamente spento dopo una settimana di scuola… Non che gli educatori siano sempre da condannare. Stephen Mac Say l’ha ben visto non appena [gli educatori] vogliono ribellarsi alla routine. Essi vengono assaliti da numerose difficoltà: le materie del programma e il controllo dei presidi, degli ispettori, della burocrazia, delle famiglie – generalmente tradizionaliste. Nelle nostre scuole laiche, il margine di manovra individuale sembra singolarmente limitato per l’insegnante; è impossibile impartirvi un’educazione veramente umana. Ma occorrerebbero risorse che non abbiamo per fondarne altre – animate dallo spirito che desideriamo. Non disperiamo tuttavia: è soprattutto dalla nostra inerzia che deriva il trionfo dei nostri avversari.

 

Note

1Il bacio del Sindaco al teschio di Sant’Agata divide i social: tra devozione, ironia e polemiche–Il bacio del Sindaco al teschio di Sant’Agata divide i social: tra devozione, ironia e polemiche, Catania Today, 18 Luglio 2026. Link

2Nel periodo medievale si pensava che le reliquie corporali dei santi e delle sante compissero miracoli. In Jacques Le Goff e Nicolas Truong, Il corpo nel Medioevo, trad. it. a cura di Fausta Cataldi Villari, Laterza Editori, Roma-Bari, 2005, gli autori scrivono che «il santo medievale possiede anch’egli un potere che passa attraverso il corpo e si rivolge prevalentemente ai corpi. Come scrive Peter Brown, il santo è un «morto anomalo»: il suo cadavere e la sua tomba guariscono i malati che vi si accostano e riescono a toccare parti delle sue spoglie, divenute reliquie corporali, o il suo sepolcro. La sua efficacia si esercita soprattutto nei confronti del corpo: guarigione delle malattie, risanamento degli storpi e in particolare dei corpi deboli e a rischio, come quelli di bambini appena nati, partorienti, vecchi.» (op. cit., p. 130)

3Peter Brown, Il culto dei santi. L’origine e la diffusione di una nuova religiosità, trad. it. a cura di Luciana Repici Cambiano, Einaudi, Torino, 1983, p. 22

4Albert Libertad, Il culto della carogna e altri testi tratti da l’Anarchie, trad. it. Melina Di Marca, Edizioni Anarchismo, Catania, Marzo 1981, pp. 13-15

5Gli enti del terzo settore sono delle organizzazioni senza scopo di lucro che perseguono finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale nell’interesse generale. In Italia sono state normate dal decreto legislativo n. 117 del 2017.

6Vedasi il progetto Mi fido di Noi della Caritas. Link

7Albert Libertad, op. cit., p. 18

8Lucien Barbedette, nato nel 1890, conseguì la maturità a ventitré anni e poi una laurea in lettere e filosofia e una in scienze naturali. Nel 1919 fu nominato professore al liceo di Luxeuil-les-Bains (Haute-Saône); lì insegnava filosofia e storia e, se necessario, anche greco e latino. Antoine Perrier, che lo conobbe negli anni 1923-1925, lo descrisse così: «di bassa statura, ulteriormente rimpicciolita da un semplice mantello che arrivava quasi a terra e da un cappello a bombetta calato su una testa illuminata da piccoli occhi vivaci, dietro grossi occhiali, e prolungata da una lunga barba fulva.» Eccellente pedagogo, «possedeva l’arte di insegnare e sapeva suscitare l’interesse dei suoi allievi», disse uno di questi su di lui. Nella conduzione delle sue lezioni non vi era nulla di dogmatico e queste erano impartite attraverso una conversazione amichevole; gli argomenti trattati venivano presentati sotto diversi aspetti e gli allievi, pochi, è vero, a quell’epoca in un corso di filosofia – una decina al massimo –, erano invitati a discuterne. Nel 1925 era membro, insieme ad altri anarchici – tra cui L. Rimbault e V. Spielman – del consiglio di amministrazione dell’associazione Les Compagnons de la pensée, i cui presidenti erano Han Ryner e J. H. Rosny, e che pubblicava il mensile La Houle (Lione, 1926-1928), dedicato essenzialmente alla difesa degli intellettuali di lingua francese. All’inizio degli anni ’30 Lucien Barbedette era membro onorario dell’Union des Intellectuels Pacifistes (UIP), il cui presidente era Gérard de Lacaze-Duthiers, la vicepresidente Lucie Caradek e il segretario Louis Fillet. L’UIP pubblicò il giornale La Clameur (almeno 14 numeri dal novembre 1932 all’aprile 1936), il cui responsabile era René de Sanzy. Barbedette morì a causa di una crisi cardiaca nel 1942. Fonte principale: Les Anarchistes, dictionnaire biographique du mouvement libertaire francophone, Atelier/Éditions ouvrières, Ivry-sur-Seine, 2014, voce Lucien Barbedette.

9Nota del blog. Vedere la voce di wikipedia Tonsura. Link qui.

10Nota del blog. Vedere la voce di wikipedia Suddiacono. Link qui.

11Nota del blog. L’autore si riferisce a quel ruolo che, prima della riforma del codice canonico del 1917, veniva chiamato cardinale laico. Questo ruolo prevedeva il ricevimento degli ordini minori, ovvero che potevano svolgere servizi per la Chiesa ma senza l’ordinazione sacramentale dei preti e vescovi. Il ruolo di “cardinale laico,” quindi, era per ribadire, a livello pubblico o di una comunità di credenti, una posizione di potere e prestigio.

12Nota del blog. Definizione francese antica con cui si definivano i laici affiliati ai gesuiti.

13Nota del blog. Il laico doveva salutare per primo e col capo chino il sacerdote.

14Nota del blog. Anarchico e docente francese, Mac Say collaborò con diversi giornali anarchici. I suoi scritti principali riguardavano l’educazione, la salute e la difesa degli animali.

15Nota del blog. Per giustificare l’esistenza di Dio, Tommaso d’Aquino riprese ne Le cinque vie per dimostrare l’esistenza di Dio la Fisica di Aristotele. Per il teologo cristiano, «la seconda via parte dalla nozione di causa efficiente. Troviamo nel mondo sensibile che vi è un ordine tra le cause efficienti, ma non si trova, ed è impossibile, che una cosa sia causa efficiente di se medesima; ché altrimenti sarebbe prima di se stessa, cosa inconcepibile. Ora, un processo all’infinito nelle cause efficienti è assurdo. Perché in tutte le cause efficienti concatenate la prima è causa dell’intermedia, e l’intermedia è causa dell’ultima, siano molte le intermedie o una sola; ora, eliminata la causa è tolto anche l’effetto: se dunque nell’ordine delle cause efficienti non vi fosse una prima causa, non vi sarebbe neppure l’ultima, né l’intermedia. Ma procedere all’infinito nelle cause efficienti equivale ad eliminare la prima causa efficiente; e così non avremo neppure l’effetto ultimo, né le cause intermedie: ciò che evidentemente è falso. Dunque bisogna ammettere una prima causa efficiente, che tutti chiamano Dio.» (La Somma Teologica, I, q. 2, trad. it. a cura dei Domenicani italiani, edizione Adriano Salani, Città di Castello, 1964) Mac Say riprende questo concetto per ribadire come la religione cristiana non metta in discussione la laicità dello Stato – quest’ultima basata a sua volta su un atto di fede religioso.