
Traduzione dell’articolo “Rechazamos la reforma a la Ley de Hidrocarburos acordada con Trump, que entrega el petróleo a las transnacionales”
dal Partido Socialismo y Libertad (PSL)
Lo scorso 22 Gennaio, l’Assemblea Nazionale ha approvato in fretta e furia una riforma parziale della Ley Orgánica de Hidrocarburos. La riforma ha ottenuto il voto favorevole di una parte dei deputati dell’opposizione padronale. Si tratta di una legge cucinata alla Casa Bianca. Non è stato un caso che, il giorno prima della sua approvazione, il governo dell’ultradestra di Donald Trump abbia dato il suo benestare.
Questa riforma mira ad aprire il settore petrolifero venezuelano agli investimenti stranieri. Non sarà più obbligatorio operare in associazione con la PDVSA – come avveniva prima, attraverso le joint ventures. Questo è il cambiamento più significativo della nuova legge. Viene eliminato il controllo che il Paese esercitava attraverso la PDVSA riguardante le operazioni e la commercializzazione del petrolio greggio. In questo modo, si apre la porta ai partner privati, sia nazionali che transnazionali, nel partecipare direttamente all’esplorazione e all’estrazione del petrolio attraverso i cosiddetti «Contratti di partecipazione produttiva» (in spagnolo: Contratos de Participación Productiva (CPP)). Questi contratti garantiscono ai privati l’autonomia operativa e gestionale nel settore petrolifero, senza il controllo della PDVSA.
Inoltre vengono ridotte le royalties che le multinazionali e le imprese nazionali pagano allo Stato venezuelano – passando dal 33,3% al 15% e, in alcuni progetti, al 20%. Le royalties erano una tassa che le imprese dovevano pagare allo Stato; la loro riduzione significa maggiori profitti per le compagnie petrolifere e meno risorse per il Paese.
D’altra parte la riforma stabilisce che non sarà più obbligatorio risolvere le controversie con le imprese nei tribunali nazionali – e anzi, si consentirà che questi casi siano portati davanti agli organismi internazionali.
Dopo la brutale aggressione imperialista del 3 Gennaio, in cui gli Stati Uniti hanno massacrato più di 200 persone, il governo del falso socialismo chavista – oggi guidato dalla presidente facente funzioni Delcy Rodríguez -, invece di reagire con dignità all’aggressione e rompere le relazioni con gli Stati Uniti, ha ceduto agli intenti di tutela di Trump sul nostro Paese. Non ha mai convocato una vera resistenza, né una mobilitazione contro l’ingerenza statunitense, né ha adottato misure economiche concrete contro le imprese di quel paese.
Con questa riforma leonina e connivente, approvata dall’Assemblea Nazionale, si è concretizzato il patto tra il governo venezuelano e Trump – cosa da noi denunciata nella dichiarazione dell’11 Gennaio. Questo accordo intensificherà la consegna del petrolio alle multinazionali e agli imprenditori privati nazionali, consolidando così un nuovo saccheggio delle nostre risorse.
I segnali di un patto erano evidenti. È stato lo stesso governo venezuelano a mettere a disposizione degli Stati Uniti i 30-50 milioni di barili di petrolio – di cui lo stesso Trump si vanta di controllare.
Gli Stati Uniti hanno già venduto una parte di questo petrolio sul mercato internazionale. Nei giorni scorsi in Venezuela sono entrati 300 milioni di dollari e altri 200 milioni arriveranno successivamente – per un totale di 500 milioni che Trump ha già depositato in Qatar.
Tutto questo è stato accordato col governo venezuelano. Inoltre, si sta procedendo rapidamente al ripristino delle relazioni diplomatiche tra Venezuela e Stati Uniti. Recentemente la presidente facente funzioni ha incontrato il direttore della CIA e la Casa Bianca ha già annunciato che Delcy Rodríguez incontrerà Trump.
Questa scandalosa capitolazione non ci sorprende. Da oltre due decenni denunciamo che il cosiddetto «socialismo del XXI secolo» chavista è una grande truffa: una farsa orchestrata per mantenere il Venezuela nel quadro capitalista e che ha provocato un brutale calo del tenore di vita della classe lavoratrice e dei settori popolari.
Da anni denunciamo che prima Chávez e poi Maduro hanno sempre cercato accordi con le multinazionali e gli imprenditori. Chávez non ha nazionalizzato il petrolio; ciò è avvenuto realmente nel 1975. Ciò che è stato fatto nel 2006, con il piano «Piena sovranità petrolifera» (in spagnolo “Plena Soberanía Petrolera”), ha di fatto sostituito i contratti delle multinazionali in Venezuela con le «joint ventures» – dove si diventava partner della PDVSA nel business petrolifero (51% contro 49%). All’epoca le multinazionali statunitensi e straniere avevano firmato questi accordi. Aziende come Exxon Mobil e ConocoPhillips, invece, non erano state espulse dal governo: aevano semplicemente rifiutato il piano e lasciato il Paese.
Dal 2018, con l’attuazione del “Programma di Recupero, Crescita e Prosperità Economica” (in spagnolo Programa de Recuperación, Crecimiento y Prosperidad Económica), Maduro ha concordato con Fedecámaras e Conindustria l’applicazione di un brutale aggiustamento capitalista. [Grazie a questo Programma] i salari sono stati distrutti, le tasse sulle imprese eliminate, i rapporti di lavoro deregolamentati e i lavoratori trasformati in manodopera semi-schiavizzata e senza diritti sindacali. In più di un’occasione, [Maduro] ha offerto su un piatto d’argento il petrolio, il gas e le ricchezze minerarie del paese alle multinazionali statunitensi e straniere. Il 31 Dicembre, in un’intervista con il giornalista spagnolo Ignacio Ramonet, ha dichiarato: “Se vogliono il petrolio, il Venezuela è pronto per gli investimenti statunitensi, come con Chevron, quando vogliono, dove vogliono e come vogliono.”
Nel corso dei questi ultimi 25 anni non abbiamo mai dato sostegno al regime chavista e, al contempo, abbiamo denunciato i partiti della destra padronale e pro-imperialista, mantenendo la nostra indipendenza politica rispetto ai due poli. Riteniamo che l’unica via d’uscita strategica sia quella di ottenere un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, insieme ai settori popolari, affinché il petrolio sia al 100% statale – senza joint venture o multinazionali – e gestito dai suoi lavoratori, professionisti e tecnici.
Le risorse provenienti dal petrolio devono essere destinate a un piano di emergenza operaio e popolare, che garantisca aumenti salariali e pensionistici, nonché investimenti nella sanità, nell’istruzione, nell’edilizia abitativa, nella produzione di alimenti e medicinali, oltre al recupero della nostra industria petrolifera, elettrica e delle imprese di base della Guayana.
Tra il 1999 e il 2014, il Venezuela ha incassato più di 960 miliardi di dollari dalle esportazioni petrolifere. Tuttavia, solo una minima parte di queste risorse è arrivata alla classe lavoratrice e ai settori popolari. La maggior parte è andata persa in affari loschi, corruzione, acquisti di armi e arricchimento delle grandi multinazionali e gruppi economici nazionali.
Sebbene questa sia stata la tendenza del chavismo negli ultimi 26 anni, la recente riforma della legge sugli idrocarburi, approvata in prima discussione dal parlamento venezuelano, approfondisce il percorso di consegna del nostro petrolio e delle nostre risorse naturali [alle multinazionali e alle aziende nazionali].
Riconosciamo che esiste una grande confusione tra la popolazione lavoratrice – alimentata dal doppio discorso (linguaggio ambiguo, ndt) e dal falso socialismo chavista. Di fronte alla grave crisi sociale, alcuni lavoratori, sia del settore petrolifero, sia di altri settori, potrebbero nutrire aspettative errate (miglioramenti dei salari e delle condizioni di vita) riguardanti l’ingresso delle multinazionali e degli investimenti.
Ma la storia dimostra che in nessuna parte del mondo gli investimenti delle grandi imprese portino benessere ai popoli. Anzi, questi investimenti generano solo più miseria, spoliazione delle risorse e nessun beneficio per la classe lavoratrice.
Per questo motivo rifiutiamo sia l’ingerenza degli Stati Uniti e di Trump nel nostro Paese riguardante la gestione del petrolio, sia il recente accordo concluso con il governo venezuelano.
Nel PSL siamo convinti che solo la lotta del popolo lavoratore possa generare cambiamenti reali delle nostre condizioni di vita. Nulla cadrà dal cielo e nessuno ci regalerà nulla.
Per questo diciamo che fin da ora dobbiamo organizzarci per lottare per un aumento immediato dei salari di emergenza – pari al valore del paniere di base.
Sono appena arrivati 300 milioni di dollari dalla vendita del petrolio e nei prossimi giorni ne sono previsti altri 200 milioni. E ne arriveranno ancora di queste risorse, [specie dopo la fine] del blocco imposto dall’imperialismo statunitense.
Chiediamo che questi soldi siano usati per aumentare i salari, migliorare la sanità, l’istruzione e i servizi pubblici. Dobbiamo mobilitarci per un piano d’azione che includa:
– la fine degli aggiustamenti contro il popolo lavoratore!
– la fine dei bonus salariali!
– la discussione dei contratti collettivi.
– il diritto di sciopero e la libertà sindacale.
– la piena libertà per i prigionieri politici, in particolare i lavoratori e le lavoratrici arrestati/e per motivi politici, aver lottato e denunciato la corruzione (come nel caso degli oltre 120 lavoratori del settore petrolifero detenuti). Chiediamo il loro immediato rilascio e il reintegro nei loro posti di lavoro.
– l’immediata revoca del decreto di stato di agitazione esterna!
– la legalizzazione dei partiti politici democratici e di sinistra.
In questo contesto come PSL continuiamo a chiedere: Fuori Trump dal Venezuela e dall’America Latina!
24 Gennaio 2026